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14.2.23

Quante volte

Quante volte le ho sentite quelle parole, quante volte ho visto quegli sguardi. Quante volte ho sentito parole offensive rivolte a chi aveva la "colpa" di avere un colore di pelle diverso o parlare una lingua diversa, quante volte nel mio paese, nella regione in cui sono nato e vivo ho sentito commentare con sospetto una bicicletta nuova condotta da una persona di colore. Quante volte in un ufficio o in un negozio ho sentito dare del tu ad un immigrato, mentre nello stesso ufficio o negozio a me si dava del lei. Quante volte ho visto servire prima un bianco di un nero. Quante volte ho visto sguardi di fastidio o di paura per il semplice avvicinarsi di una persona di colore, come se fosse certo che chi si stava avvicinando costituiva un pericolo. Quante volte? Troppe. Troppe per potersi offendere quando qualcuno sostiene che l'Italia è un paese razzista, un paese in cui il discriminare chi è diverso è pratica quotidiana. Oggi essere razzisti non vuol dire organizzare ghetti o treni piombati, significa non considerare normale che un tuo connazionale possa avere un colore di pelle diverso al tuo, significa pensare che qualsiasi cosa abbia non sia conquistata con fatica e merito ma sia una concessione della quale deve essere grato a te, autentico cittadino di questo paese. Essere razzisti significa fingere che tutto questo non sia vero pur vedendolo ogni giorno in qualsiasi paese della bella Italia, significa cercare assurde argomentazioni per sostene che sia un fenomeno limitato riguardante solo poche persone, piccoli gruppi di ignoranti. No, non è così, non sono poche persone, non sono solo persone senza cultura, e lo sappiamo. Lo sappiamo perchè in fondo, se abbiamo il coraggio di guardarci dentro con onestà, quella diffidenza e sospetto per il diverso appartiene ancora alla maggioranza di noi. Allora se davvero vogliamo toglierci questo fardello dalle spalle dobbiamo, innanzitutto, ammettere di averlo, e quando qualcuno ci racconta le umiliazioni o gli insulti subiti non bollare le sue parole di falsità ma ascoltarle con attenzione per capire come, insieme, possiamo migliore. Se faremo questo arriveremo ad essere un paese dove l'unico a non aver diritto di cittadinanza sarà il razzismo.

 

Immagine di Mauro Biani scaricata da web

13.7.16

Paese irriconoscibile?

Un paese abbruttito dall'intolleranza, dalla violenza, dalla volgarità. Il senso di comunità progressivamente cancellato dalla voglia di sopraffazione, da un incomprensibile desiderio di rivalsa e di predominio sugli altri. Un paese che appare ogni giorno più irriconoscibile, nel quale si moltiplicano, e forse si sprecano, analisi per cercare di capire e spiegare cosa sta succedendo e perché. A molti questa trasformazione della società appare dettata dalle difficoltà crescenti che le persone si trovano quotidianamente ad affrontare, e in mancanza degli strumenti per superarle si cerca di scaricare sugli altri le proprie frustrazioni. Ma se invece non fossimo in presenza di un cambiamento? Se, cioè, lo spirito del paese fosse da tempo questo? Qualcuno certamente ricorderà “l'esperimento” condotto da Radio Radicale alla fine degli anni '80 quando decise di lasciare i propri microfoni aperti, consentendo a tutti di esprimersi senza alcun filtro o censura. Quello che accadde venne ribattezzato “Radio Parolaccia”. Una enormità di insulti e volgarità contro tutto e tutti si diffuse nell'etere: dallo sport alla politica, dagli zingari ai marocchini passando per gli ebrei, nessuno si salvava da quel fiume di violenza verbale. Improvvisamente una moltitudine di cittadini, ben nascosti dall'anonimato, davano libero sfogo a quello che probabilmente era il loro vero io. All'epoca non esistevano ancora i social network e quella parte di paese era conoscibile solo a chi decideva di sintonizzarsi su Radio Radicale, e comunque quella valanga di sproloqui non lasciava traccia il giorno dopo se non nell'archivio della radio. Oggi, forse, ci troviamo a fare i conti con una parte del paese che non è peggiorata o, speriamo, aumentata, ma semplicemente dispone di ben altro e più potente megafono di quello rappresentato da Radio Radicale. Oggi grazie ai social network la propria intolleranza, la parola scagliata senza pensare, una affermazione indegna, può essere replicata all'infinito, lo spirito di emulazione può facilmente diffondersi. Probabilmente il paese che pare irriconoscibile è in realtà uguale a se stesso, con l'unica differenza che ieri potevamo far finta di non conoscerlo, ora invece è costantemente davanti a noi e siamo costretti a guardarlo per quello che è.

9.1.16

Parole non urlate e dimenticate

La capacità di dimenticare in fretta parole e azioni è purtroppo cosa assai evidente dalle nostre parti, ma in particolare questa capacità raggiunge livelli impressionanti con le parole non urlate e con le azioni che a quelle parole cercano di dare sostanza. Ecco allora che le parole pacatamente pronunciate per invitare al dialogo ed alla comprensione tra diversi, le parole che pronunciate solo poche settimane fa in una gremita Piazza S. Marco sembravano essere patrimonio comune, sono già dimenticate, cancellate dalla mente. Ai ragionamenti tanto ammirati fatti dai genitori di Valeria Solesin, ancora una volta davanti ad eventi tragici, ma che contengono anche tutta la complessità del mondo d'oggi, si torna a preferire le parole urlate. Si cercano le differenze per evidenziarle, più spesso demonizzarle, ma non si cercano possibili punti di contatto, si racconta il peggio, si tace il meglio. Ci si esercita con parole che non costruiscono nulla, che non contribuiscono alla comprensione e quindi alla ricerca di soluzioni. Si riduce tutto ad un problema di religione dove è facile assegnarsi primati di superiorità con cui garantirsi i favori della propria curva. Poi però qualcuno, magari, si permettere di ricordare che Malala Yousafzai è musulmana e che quindi qualcosa non torna. Ma forse molti hanno già dimenticato Malala e le sue parole, guarda caso non urlate. A chi come Emma Bonino da anni, conoscendo il mondo arabo, indica come fondamentale per contrastare i vari fanatismi religiosi, stimolare e rafforzare il dialogo delle forze laiche che anche in quella parte di mondo esistono, si preferisce non prestare attenzione. Probabilmente perchè anche lei non urla, ma prova a ragionare, a fornire conoscenza per cercare possibili soluzioni. Sicuramente esiste un noi e un loro, ma non saranno fili spinati, muri, quote o leggi manifesto, a tenerli separati. Non si ferma un mondo in movimento con gli slogan, ma lo si può governare con la conoscenza.

2.1.16

Percezione

La realtà spesso è così ricca di sfumature da apparire ai nostri occhi offuscata, di difficile comprensione. Sempre più frequentemente occorre uno sforzo aggiuntivo per comprendere ciò che, proprio perchè realtà, dovrebbe essere di facile lettura per tutti. Ma in un mondo complesso qual è il nostro, di facile lettura c'è sempre meno e quello sforzo aggiuntivo diventa indispensabile. Molti, però, non sono disponibili per questa nuova fatica e cercano il modo di evitarla, e allora eccola, arriva lei a togliere le castagne dal fuoco e rendere nuovamente chiara per tutti la “realtà”: la percezione. E' ormai questa per molti la chiave di lettura del nostro tempo, si fa prevalere cioè non la realtà basata su fatti e dati certi, verificabili, ma la percezione della realtà. Sempre più è la base sulla quale si fondano scelte e decisioni anche da parte di interi organi di governo. La sicurezza, l'immigrazione, sono solo i più eclatanti esempi di come la percezione, e non la realtà sia il punto centrale del dibattito politico nel nostro paese, e non solo. I recenti terribili atti di terrorismo nel cuore dell'Europa hanno fatto alzare, giustamente, la soglia di attenzione nelle forze di sicurezze, ma al tempo stesso hanno scatenato una serie di reazioni dettate solamente, e per questo inutili, dal bisogno di soddisfare la percezione di insicurezza che si venuta a creare nella gente. Una percezione in gran parte alimentata ad arte per poter essere usata per fini che nulla hanno a che vedere con la protezione delle persone. Ecco quindi la richiesta, subito esaudita, di avere in strade e piazze militari armati: poco importa se con dubbi compiti e se non sapendo che fare si occupano più dei fatti loro che di quanto gli accade attorno. Ma questo vuole la percezione dell'assedio, dell'invasione per essere placata, questo si dà perchè conviene dare. Irrilevante se i dati oggettivi dimostrano che non c'è una invasione, che il pericolo non arriva da fuori ma è portato da chi è parte della nostra società, che i più terribili attentati non avvengono da noi ma in quei paesi che guardiamo con sufficienza e paura e dei quali continuiamo a non voler conoscere nulla. Sempre più la percezione assomiglia ad un credo religioso a cui affidarsi per qualsiasi cosa, dalla più importante alla più irrilevante, nessuno chiede su cosa si basa una affermazione o una notizia. Faccia caldo o freddo, piova o nevichi, è sempre l'evento più “grande”: rispetto a cosa o a quando non importa. L'analisi oggettiva non interessa, anzi infastidisce, annoia con i suoi dati e imbarazza se dimostra che il tuo sbraitare, il tuo indicare responsabili è del tutto infondato. Sapere è un'altra cosa dalla percezione, richiede, appunto, uno sforzo aggiuntivo richiede di porsi domande, avere dei dubbi e pretendere risposte vere, verificabili. Ecco perchè allora è meglio assecondare la percezione, perchè far crescere la conoscenza rende le persone non più manipolabili, libere. E questa sì, per molti sarebbe oggettivamente la più grande sciagura.

11.9.15

Cittadini del mondo

 
“E' venuto al mondo”. Lo so dice quando nasce un bambino a significare il suo ingresso, il suo divenire parte del mondo, del mondo tutto. Lo si dice magari in maniera inconsapevole ma rappresenta il fondamentale stato della nuova persona, quello cioè di cittadino del mondo. Questo accomuna tutti, indipendentemente da quale porzione di mondo vedono gli occhi al loro primo aprirsi. Se allora siamo un tutt'uno con il mondo e con il suo stesso essere, è incontestabile il diritto di muoversi su di esso, di esplorarlo per scegliere su quale parte sostare per sviluppare le proprie aspirazioni di essere umano. Compito ineludibile degli Stati, strutture create da convenzioni, quello di adoperarsi per creare al proprio interno forme organizzative in grado di consentire che gli spostamenti di “parti del mondo” avvengano liberamente. Siamo tutti, per tutta la vita, cittadini del mondo, solo per una serie di eventi siamo residenti in una parte di esso.

22.4.15

Sono tanti, troppi

E se fossimo veramente così? Chiusi, inospitali, indifferenti, cinici. Se i commenti pieni di disprezzo e volgarità che affollano la rete, che si sentono per strada, non fossero rappresentativi di una minoranza ma indicatori del reale livello di civiltà di questo paese? E' un pensiero di quelli che non fanno certo bene al cuore, anzi fanno malissimo, ma non è catalogabile semplicemente tra quelli dettati dal pessimismo. Troppo frequente è il ripetersi di questi fenomeni. Difronte a una fila di cadaveri lunga chilometri, una moltitudine sempre più grande di cittadini del “bel paese” palesa senza alcuna reticenza sentimenti di odio verso chi ha “l'insopportabile” desiderio di una vita migliore. La chiusura a riccio è totale, nessuno spazio sembra esserci per l'idea che si possa rinunciare a qualcosa, fare come comunità un sacrificio per evitare che i cadaveri continuino ad ammucchiarsi nel nostro mare, un mare che è nostro tanto quanto è degli altri. Che diversi paesi europei abbiano un numero maggiore del nostro di immigrati, che paesi assai più poveri e più piccoli del nostro stiano facendo sforzi immensi per dare accoglienza a milioni di rifugiati, sono fatti verso i quali non siamo disposti a prestare alcuna attenzione. Tanto siamo pronti a indicare in altri quelli che si devono fare carico del problema, quanto ad escludere dagli altri noi. E' l'Europa che deve farsene carico! Certo, ma molti di quelli che la invocano sono gli stessi che vogliono una Europa sempre più debole, senza poteri di decisione che prevalgano su quelli nazionali. Aiutiamoli a casa loro! Sì, ottima dichiarazione, alla quale seguono feroci campagne per impedire, ad esempio, che i prodotti del sud del mondo arrivino sui nostri mercati. Qui non li vogliamo, che ci sporcano i nostri bei giardini con l'erbetta appena rasata, lì non possono stare perchè, causa guerre o fame, l'unica prospettiva è la morte. Quindi che si fa? Non è eliminabile l'aspirazione ad una vita migliore, c'è da sempre e sempre ci sarà. Non serve bombardare, distruggere i barconi: per uno eliminato altri se ne costruiranno. Ci piaccia o meno, con questa realtà dobbiamo farci i conti tutti, cercando di governare il fenomeno, sforzandoci di capire, e far capire, che non ci sono soluzioni facili. Si preferisce invece scatenare feroci campagne utili solo a far crescere l'odio e le divisioni tra gli esseri umani. Dovrebbe essere inutile ripetere che da sempre le persone viaggiano, o fuggono, verso paesi che possano dare un futuro. Inutile soprattutto per chi fino a pochi anni fa allo stesso modo cercava paesi migliori in cui vivere. Invece dobbiamo continuare senza sosta a ripeterlo ai tanti, troppi per essere solo una minoranza, che senza memoria della propria storia pensano che il futuro di questo paese possa essere costruito sui cadaveri.

15.10.14

Guardare, anzi vedere

Perchè guardare e vedere non sono la stessa cosa, quante volte guardiamo ciò che ci circonda in modo frettoloso o abitudinario senza riuscire a vedere la bellezza di quello che abbiamo davanti. Viviamo in un paese talmente pieno di bellezze che troppo spesso le diamo per scontate: piazze, monumenti, palazzi ci sembrano normale arredamento della nostra frettolosa quotidianità. Perfino Venezia, nonostante la sua mondiale unicità, finisce per apparire come qualcosa di scontato, quasi banale, a chi ha la fortuna di viverla giorno dopo giorno. Ci sono voluti gli occhi di chi la vede per la prima volta, gli occhi che vedendo piazza San Marco si riempiono di lacrime di meraviglia, per farmi riassaporare tutta la magica bellezza di questa città. Grazie a te, amica mia, per riavermi fatto vedere.

5.6.14

L'avevo detto, io...


Nulla può scalfire una granitica certezza basata sull'assoluta ignoranza dei fatti. Non un dubbio, un tentennamento, non un cedimento alla conoscenza o alla semplice curiosità. Il paese è questo, una gigantesca schiera di "io lo sapevo e l'avevo sempre detto", sembra di sentire le interpretazione delle profezie di Nostradamus, quelle che avvengono sempre dopo, ad evento accaduto, perchè in realtà prima nessuno ci capisce un beneamato...tubo. Ora la bufera è su Venezia ma questo è un fatto marginale, perchè il comportamento è lo stesso immutabile ormai da anni, anzi cambia, ma in peggio perchè si acuisce lo strazio che viene fatto delle leggi, quelle che tutti invocano, ma a cui quasi nessuno dedica un briciolo di attenzione. Del resto si sa, quelli che devono rispettare le leggi alla lettera sono gli altri, i ladri e i disonesti sono loro, io sono, a prescindere (direbbe Totò), un fedele servitore delle leggi e della costituzione che è la più bella del mondo. Però su questa storia della costituzione più bella del mondo qualcosa non mi torna, perchè, se è così bella, com'è che a seconda delle circostanze se ne dimenticano dei pezzi, com'è che qualche articolo lo si schifa a tal punto da saltarlo a piè pari, ad esempio l'art. 27 secondo comma "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva". Non so, sarà che ne ho vista troppa di gente massacrata da un sistema giudiziario a volte sciatto, quando non condizionato da fini diversi da quello dell'amministrazione della giustizia (sarebbe meglio dire delle leggi che la giustizia è altra cosa), ma io davanti alle manette mi ritrovo assalito dai dubbi. E' una gran bella cosa il dubbio, ti accende la voglia di sapere per capire e poter così cancellarlo, il dubbio. O fartene nascere altri. Certo è molto più faticoso dell'affidarsi alla certezza istantanea del: "se lo hanno messo dentro qualcosa avrà certamente fatto". Non so, sarò un garantista fuori tempo ma continuo a credere che l'onere della prova spetti all'accusa e che fino a prova contraria si è innocenti, pertanto io aspetto in silenzio che chi sa parli, e che magari chi non sa almeno per un po' taccia.



6.5.14

Solita commedia

Un susseguirsi di frasi già sentite, di promesse già fatte, di definitivi “mai più” già detti. Nonostante sia uno spettacolo trito e ritrito riesce ogni volta a monopolizzare l'attenzione per giorni, fino a quando non viene accantonato in attesa di essere ritirato fuori come fosse cosa nuova mai vista. Oggi va in scena per la guerriglia allo stadio, ieri per il pestaggio di un fermato dalle forze dell'ordine, domani per lo scandalo con relativa la truffa ai danni dello stato o per il sopruso di una qualche minoranza etnica o politica. Il soggetto in realtà è ininfluente, la rappresentazione e le sue battute vanno bene su tutto, con poca fatica si ottiene audience e consensi. L'intenzione di dire veramente basta non c'è perchè a troppi conviene mantenere questa situazione che, da un lato garantisce una sicura e ricca fonte di facili editoriali semplicemente dando visibilità, e quindi forza, alla logica banale della contrapposizione “con noi o contro di noi”, dall'altro cloroformizzando il paese con una infinita ripetizione di fasulle, quanto categoriche, prese di posizione lo si rende più manipolabile. Che in fondo è quello che realmente interessa. Che attendersi quindi? Nulla, ovviamente, ad esclusione del prossimo Genny 'a carogna con cui poter riversare l'ennesima valanga di parole scontate, piene di stupore ed indignazione. Come esige lo spettacolo.

21.4.14

Rito catartico

Il paese è esattamente questo, fatto da una moltitudine, in costante espansione, di persone con in tasca la risposta ai problemi del mondo, che dissertano con granita certezza di ogni tema, dai viaggi interstellari alla formazione della nazionale di calcio. E' il paese di quelli che con vigore filosofeggiano sulle colonne dei social network e non si lasciano sfuggire occasione per stigmatizzare la pochezza del pensiero altrui, che senza timore ed esitazione censurano il potente di turno per i propri vizi, che additano con sdegno ogni altrui scorrettezza, che denuncia, prove incontrovertibili alla mano, il potere affamatore. E' il paese dei tanti, meravigliosi esseri che illuminati dalla loro saggezza e visione globale sanno perfettamente cosa si dovrebbe fare per raddrizzare il futuro di questo paese e non si trattengono certo dall'esporre, con urla ed imprecazioni, le loro certezze. E' il paese delle migliaia che dopo questo costante impegno civile sentono di doversi prendere un meritato riposo dalle fatiche intellettuali ritrovandosi, per consolidare le certezze, nell'irrinunciabile rito catartico del millennio: passare ore in coda spintonandosi l'un con l'altro, come se non ci fosse un domani, per l'apertura dell'ennesimo sempre uguale centro commerciale.

5.4.14

Il futuro non sta nel passato

Non è un tanko artigianale, qualche schioppo acquistato in Albania, presunti terroristi ultrasettantenni, più o meno dotti proclami rivoluzionari, a dover preoccupare. La vera drammaticità sta nel dilagare a tutti i livelli della società di visioni miopi, nell'incapacità di guardare oltre il proprio naso, di superare i confini del proprio giardino, nell'idea che si possa costruire il futuro ricreando il passato. La convinzione che la soluzione di tutti i mali stia nel chiudersi a riccio nel proprio microcosmo, più che anacronistica è terribilmente pericolosa, perchè destinata ad infrangersi in modo drammatico con un futuro fatto inevitabilmente di macro realtà, un futuro fatto di intrecci umani e culturali che si muoveranno su scala globale. La più grande colpa di questa classe politica è proprio quella di non essere in grado o volere, che è anche peggio, guardare lontano per immaginare e progettare una società che sappia inserirsi da protagonista nella realtà del mondo di domani, una realtà che a volerla guardare già si sta delineando in modo chiaro. Il passato, la storia e la cultura di ieri sono beni preziosi da preservare, conoscere e tramandare, ma non sono però gli attrezzi per il domani. Leonardo non si guardava alle spalle, progettava meravigliose macchine mai viste prima con le quali conquistare il futuro.

3.3.14

Un film di grande bellezza

C'è innegabilmente di che essere felici per la conquista dell'Oscar da parte di Paolo Sorrentino per il bellissimo “La grande bellezza”. Altrettanto innegabilmente ci sarebbe da intristirsi e riflettere per la, reale e indiscutibile, fotografia presentata al mondo della stato di degrado della società di questo paese.

4.2.14

Allergie

"Questa proposta è vergognosa", "Soldi buttati", "Siamo pronti alle barricate", "Ci piazzeremo giorno e notte davanti al cantiere, dovranno portarci via con la forza".
Non c'è nulla fare sono proprio allergici, quando sentono parlare di musei, arte e cultura non ce la fanno, a quelli della Lega vengono le bolle. Unico antidoto una bella sagra della polenta taragna.

15.1.14

Le citazioni al tempo della crisi

Si sa, quando c'è la crisi si cerca di risparmiare e si rinuncia un po' alla qualità per stare dentro al bilancio. Le spese si finisce per farle al discount e magari dal merlot si passa al tavernello e dalla fontina al fontal. Capita un po' con tutto di far scendere il livello qualitativo, capita perfino con i riferimenti culturali e le citazioni usate per provare a dare un qualche lustro ai propri discorsi. Se in tempo di benessere potevi sentire Senatori che alzandosi in piedi nel Senato della Repubblica temerariamente si avventuravano in citazioni di Marx, Spinoza, Kant, Beccaria, Machiavelli, Einaudi, oggi ci si deve accontentare di Bitonci che come riferimento culturale cita wikipedia, malamente. Ma forse questo non dipende dalla crisi...

7.1.14

Gli si dia una zappa


Quando il titolo di un articolo, sia questo su carta o sul web, nulla ha a che vedere con il testo sottostante, o addirittura afferma l'opposto, non si può fare a meno di chiedersi come sia possibile e perchè accade una cosa del genere. Le risposte che ci si riesce a dare purtroppo sono una più sconsolante dell'altra, si va infatti dalla distrazione sciatta, alla squallida voglia di sensazionalismo per cercare miseramente di attirare qualche lettore in più. Nel mare dei telegenici e stimatissimi giornalisti quotidianamente impegnati a fustigare il mal costume, la mancanza di serietà e correttezza altrui, a censurare tizio o caio per le promesse non mantenute ed usate come specchietto per le allodole, appaiono sempre più come dei naufraghi volutamente lasciati andare alla deriva quanti cercano di usare con attenzione e serietà il delicato, ma potentissimo, strumento dell'informazione. Perchè l’informazione è di gran lunga l’arma più potente che ci sia in circolazione, un’arma che può far crescere rapidamente il livello della civiltà di un paese, ma ancor più rapidamente lo può far sprofondare. Andrebbe quindi maneggiato sempre con molta attenzione ed anche con un leggero e salutare velo di preoccupazione, si dovrebbe sempre tenere a mente che le parole restano. Come tutti gli ordini anche quello dei giornalisti è inutile se non addirittura dannoso, ma se proprio di questo non se ne può fare a meno, non sarebbe male se al suo interno qualcuno, trovando una briciola di dignità ed orgoglio professionale, decidesse di togliere a certi signori dalle mani una tastiera per sostituirla con una zappa. Sperando che almeno con quella non facciano danni.

5.1.14

Chiarezza è fatta


Le parole di Papa Francesco sui gay hanno reso chiaro a tutti quello che da molti era da tempo sostenuto. Le posizioni sulle coppie omosessuali dei vari Alfano, Giovanardi, Sacconi, Binetti & C. non sono dovute al desiderio di difendere il pensiero cattolico, ma dal fatto di essere incontrovertibilmente degli ignoranti.

26.11.13

C'è speranza in Europa

A guardarsi intorno, ad ascoltare i discorsi che si fanno nei nostri paraggi, viene da pensare che il futuro riservi ben poche speranze per questo malconcio vecchio continente europeo. Sfiducia, rabbia, paura, un generale rifiuto a ragionare con una visione ampia per rifugiarsi nel localismo più piccolo, la perdita di quasi ogni capacità di pensare in modo positivo, è questo quello che si respira tra la gente. Ma non è così ovunque fortunatamente, c'è ancora chi spera e vuole avere fiducia. Spagna, Barcellona, stessa situazione economica difficile dell'Italia, eppure l'aria e le parole che si respirano sono diverse. Senti una fiducia e una positività che ti fanno venire voglia di credere nel domani, nel fatto che potrà essere migliore dell'oggi. Sì certo, Barcellona è città grande e ricca, ma anche qui trovi persone in difficoltà come l'architetto che non trovando lavoro ripiega a fare il tassista, ma mentre ti porta in giro e ti racconta di lui, e ti riempie con il racconto dei particolari architettonici meno noti della città, non senti nella voce lamento, senti speranza. Nel signore che ti parla dei mali della classe di governo, della loro incapacità, che per i costi della casa reale se ne esce con un "Borbones ladrones", senti anche però frasi come "bisogna lavorare insieme per cercare la felicità", senti dire che la cosa più bella della sua città è la capacità di amalgamare decine di etnie diverse senza alcun problema di convivenza. Lungo le strade vedi lavori di ammodernamento e crescita, vedi opere d'arte monumentali come la Sagrada Familia sulla quale si continua ad investire per il completamento nonostante la crisi. Girando, parlando, a Barcellona senti una voglia complice di tirarsi su e di non piangersi addosso, senti che c'è voglia di farcela, senti che, guardando la realtà senza illusioni ma con occhi diversi, comprendendo che non servono divisioni ma unioni, c'è speranza in Europa.

26.9.13

E se provassimo?

E se provassimo per una settimana, una settimana solamente, a non riempire web tv e giornali con le vicende di Berlusconi? Se per soli sette giorni l'attenzione fosse focalizzata sulle questioni realmente determinanti per il futuro di questo paese e dei suoi cittadini. Se si scegliesse di non seguire lo strepitare di mille comari in stile baruffe chiozzotte (non se ne abbia a male Goldoni), preferendo, se pur a costo di maggior fatica, focalizzare lo scrivere e il parlare sulla necessità di approfondire, per aiutare a comprendere, i temi della cultura, del lavoro, dell'innovazione, della giustizia, dei rapporti sociali. Se si facesse questo potremmo credere di essere un paese migliore. Per una settimana, una settimana solamente.

12.6.13

Le ricette della politica per la scuola

Con convinzione e fervore un esponente della della Lega Nord oggi finalmente ha indicato la via per far compiere un salto di qualità al sistema scolastico di questo paese: “...perchè gli insegnanti devono essere della zona, così da poter meglio spiegare la storia del luogo, spiegare la lingua, le abitudine, le tradizioni enogastronomiche!”. In effetti pesa la mancanza nel corpo docenti del professore di polenta taragna.

4.6.13

I cannibali sono quelli dell'isola vicina

Nasce in un istituto tecnico, uno di quelli dove un po' per tradizione e un po' per stereotipo certi temi sembrano più difficili da trattare. Ha un titolo che appare quanto di più “scorretto” e non condivisibile. Le premesse ci sono tutte perchè sia una cosa interessante. Interessante lo è veramente questo video nato da un lavoro di discussione sull'omofobia fatto tra gli studenti e i professori dell'istituto Pacinotti, un tema certamente di cui molto si chiacchiera e forse su cui poco si riflette tanto nel mondo dei “grandi” quanto in quello dei giovani. Questa volta invece la sensazione che si ha guardando il video, ed ascoltando l'illustrazione del percorso che lo ha generato, è proprio quella di una riflessione fatta dai ragazzi in modo approfondita. Traspare con forza questa riflessione dalla scelta delle frasi per rappresentare quello che è un sentire comune anche se spesso negato, un tentativo di togliere il velo a quei pensieri diffusi dai quali nasce poi la solitudine in cui vengono spinte le persone che amano in modo “diverso” da quello che l'abitudine, la narcotizzante abitudine, ci fa ritenere essere “normale”. La stessa scelta del titolo “senza i pregiudizi sarebbe un caos” testimonia con la forza di uno schiaffo una difficoltà, un bisogno, una ricerca di certezze magari sbagliate, e la frase è innegabilmente sbagliata, che consenta di inquadrare, incasellare tutto e tutti in una normalità rassicurante che allontani il dubbio, che eviti la fatica di doversi confrontare ogni giorno con chi opera scelte diverse, scelte che potrebbero rompere quel guscio protettivo in cui spesso comodamente ci rinchiudiamo. Nasce proprio dalla paura dell'altro l'omofobia, dal bisogno di catalogare come pericoloso, ed in quanto tale da combattere, ciò che non rientra nei nostri canoni ed esiste un solo modo per vincere questa paura, quello della conoscenza. Conoscere è la via che hanno scelto questi studenti per provare a capire, per accettare almeno il rischio di vedere insinuarsi un dubbio che potrebbe scardinare comode certezze, ed allora anche la frase “io sono omofobo, e non cambio idea”, l'averla pronunciata invece di custodirla ipocritamente solo dentro di se, può essere forse un passo per incrinare comode ipocrisie come quella, citata del preside del Pacinotti, di ritenere sempre che i cannibali sono quelli dell'isola vicina.


Senza i pregiudizi sarebbe un caos. from Osservatorio Lgbt on Vimeo.




Interviste Professori from Osservatorio Lgbt on Vimeo.