Il coraggio, la paura. Il coraggio di avere paura. la forza per trovare il coraggio di raccontare la paura. Una vita diventata un guazzabuglio che deve essere riordinato perché possa continuare. Lo scoprirsi malato e ritrovarsi a giocare un campionato diverso che i sani dicono dover essere il tuo, ma tu non vuoi essere diverso non vuoi essere la tua malattia, vuoi essere aiutato, forse, ma certamente non commiserato. Vuoi vivere la tua vita. Perché non riusciamo, o certamente stentiamo, a rapportarci in modo normale con chi è malato, perché non vediamo più la persona ma solo il malato e un nome proprio viene soppiantato dal nome di una malattia? Forse è il bisogno di esorcizzare una condizione che potrebbe diventare la nostra ma alla quale non vogliamo credere, una paura che non sappiamo gestire e nascondiamo sotto un velo di commiserazione. Tutti siamo stati o saremo dei malati, solo che generalmente, grazie alla medicina che cura, è una condizione temporanea dalla quale si esce per tornare allo stato di sani. Il problema è quando la medicina non cura e si deve convivere con la malattia che si diventa diversi agli occhi degli altri. Eppure esiste una quotidianità in molti casi del tutto simile a quella della maggior parte delle persone anche per chi dalla condizione di malato non può uscire e non riconoscerlo significa spingere ai margini chi non ha perso alcun diritto per restare al centro, perché una malattia certamente condiziona ma lascia inalterati i diritti della persona. Molto dobbiamo modificare nel nostro modo di guardare la malattia e non mi riferisco solo alle “grandi” malattie, parlo del quotidiano, della persona che cammina vicino a noi aiutandosi con una stampella che sicuramente vediamo senza però vedere la persona, quando vedremo prima la persona e poi la stampella saremo una società migliore.
Visualizzazione post con etichetta diritti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta diritti. Mostra tutti i post
15.12.22
8.1.15
À La Guerre?
La si annuncia come riflesso istintivo alle agghiaccianti immagini di morte a Parigi, la si invoca come slogan miseramente opportunistico per ottenere facili consensi. Ma non è con l'invito alla guerra che si può pensare di fermare la follia integralista di chi crede in un dio così debole da poter essere sminuito con dei disegni. Una guerra, contro chi poi? Dove? contro i musulmani tutti? una parte? Quale parte? Sapendo cosa del "nemico"? Nella testa di molti si continua a credere che il mondo musulmano sia una cosa sola, fatta prevalentemente di beduini ignoranti e sottosviluppati, che vivono tra cammelli e deserti, tranne poi restare ogni volta a bocca aperta quando si dimostrano abili e preparati, quando non spietati, nell'uso di strumenti che pensiamo essere di dominio solo occidentale. Si dice sempre che la storia dovrebbe esserci d'insegnamento, ma come sempre tocca constatare che così non è. Siamo bravissimi a lanciarci in guerre, più o meno dichiarate, ma decisamente meno a sopportarne il peso, ancora meno ad ottenere da queste un qualche risultato decente. Dice Emma Bonino, che il medio oriente lo conosce veramente e che se non per saggezza, almeno per convenienza sarebbe bene ascoltare: "Pace e tolleranza non sono un evento, sono un processo". Ecco, invece di strillare proclami validi un giorno, cerchiamo di supportare questo processo prestando attenzione in modo non occasionale a chi cerca di muoversi verso questi obiettivi. Faciamolo anche con la consapevolezza che, proprio perchè un processo, sarà cosa lunga e ricca di contraddizioni. C'è invece una "guerra" che dobbiamo proclamare al più presto, una "guerra" difficile perchè non possiamo in alcun modo farla combattere dagli altri. E' quella contro noi stessi, contro il disinteresse che abbiamo per le nostre libertà e i nostri diritti. Siamo così stupidamente convinti che siano cose acquisite, intoccabili, che non prestiamo loro nessuna attenzione, tranne poi, quando qualcuno tenta di portarcele via, trovarci sgomenti a gridare "Je suis Charlie". Ma non si può continuare ad essere Charlie solo davanti a del sangue, per proclamare la libertà di parola di chi parlare non può più. Bisogna decidere di essere Charlie ogni giorno, ogni giorno difendere la libertà di espressione, soprattutto per il diverso da te, per quello che scrive, dice o disegna cose che trovi disgustose. Se veramente crediamo che le nostre libertà siano le basi della nostra vita, l'unico via per difenderle passa attraverso la consapevolezza che queste vanno promosse e sorvegliate ogni giorno, in caso contrario il rischio è di trovarci a non poter neanche più dire "Je suis Charlie".
17.10.12
Notizie da L'Avana
Non so se sia più da commentare la notizia che i cittadini cubani, non tutti, da gennaio potranno finalmente recarsi all'estero senza dover chiedere il permesso alle autorità, o piuttosto il fatto che un paese in cui ai cittadini sono negate libertà basilari continui ad essere considerato da molti come un paese da portare ad esempio.
12.3.11
Parole a difesa
"Non dovrebbe essere necessario trovarci qui per difendere i nostri diritti", parte qualche applauso a sottolineare, presumo, la giustezza e la condivisione di questa affermazione. Invece no, giovane ragazzo che ammirabile desiderio di affermare voglia di futuro e speranza ti ha portato in piazza, le tue parole purtroppo non sono giuste e contengono proprio il motivo per cui oggi certi diritti sembrano a rischio se non già perduti: perché non sono stati difesi. Troppi e per troppo tempo non l'hanno fatto considerandoli una cosa ovvia, scontata, ormai acquisita. I diritti invece sono una cosa fragile e vanno difesi tutti assieme ogni giorno, perché una volta conquistati non sono per sempre, a meno che non li si curi con la ragione e non li si riaffermi con convinzione. I diritti vanno tenuti stretti ed amati perché sarà proprio il giorno in cui li consideremo come una cosa scontata che sarà più facile portarceli via.
Comunque, giovane ragazzo, il tuo non è un errore grave, perché essere in piazza a parlare è il primo modo per difenderli.
Comunque, giovane ragazzo, il tuo non è un errore grave, perché essere in piazza a parlare è il primo modo per difenderli.
22.11.10
Le regole
Ci ho fatto l'abitudine a quella espressione che sta tra il compatimento per un povero illuso e la catalogazione nella categoria dei fessi. Sì, perché ormai è quasi una costante ogni volta che mi ritrovo magari accidentalmente a parlare del rispetto delle regole, una pratica che da noi sembra essere ai più sconosciuta o evitata con molta cura. In linea di principio siamo tutti convinti assertori della necessità delle regole se si vuole vivere in una società civile, il loro rispetto però è sempre preteso negli altri mentre per noi stessi siamo pronti a trovare innumerevoli e validissimi motivi per non rispettarle. Non mi riferisco solo a quelle regole il cui non rispetto causa danni enormi alla collettività, ma anche quelle assai meno "impattanti" le quali tuttavia mi paiono dei tasselli fondamentali del vivere comune. Cose normali di tutti i giorni, perfino banali come il rispetto delle norme del codice della strada oppure delle procedure per la richiesta di una autorizzazione o un permesso comunale, le regole deontologiche della professione o, perché no, il rispetto di una coda allo sportello postale.
Non penso che una regola in quanto tale sia automaticamente giusta, trovo però inaccettabile che di fronte ad un regola a nostro giudizio errata ci si senta in diritto di non rispettarla anziché chiederne la modifica. Diritto oltretutto valido solo per noi, perché se a non rispettare le regole è un altro diventiamo subito feroci censori e strenui difensori della legalità.
Sono assolutamente convinto che il rispetto delle regole debba essere il faro che guida ognuno all'interno della vita quotidiana, non mi pare possibile per una società definirsi civile se i suoi membri non sentono questo come un dovere fondamentale. Come altrettanto fondamentale dovrebbe essere sentire il desiderio di agire concretamente per modificare ogni regola che appaia errata o dannosa anziché cercare scappatoie per eluderla senza curarsi del fatto che la nostra "furbizia" porterà sicuramente danno a qualcun altro. Ecco la "furbizia" di cui molti vanno fieri mi appare come un male pericolosissimo, da denunciare costantemente.
Sì lo so, stai facendo la faccia di uno che pensa: povero illuso questo deve essere un po' fesso, gli passeranno sempre tutti sulla testa.
Non penso che una regola in quanto tale sia automaticamente giusta, trovo però inaccettabile che di fronte ad un regola a nostro giudizio errata ci si senta in diritto di non rispettarla anziché chiederne la modifica. Diritto oltretutto valido solo per noi, perché se a non rispettare le regole è un altro diventiamo subito feroci censori e strenui difensori della legalità.
Sono assolutamente convinto che il rispetto delle regole debba essere il faro che guida ognuno all'interno della vita quotidiana, non mi pare possibile per una società definirsi civile se i suoi membri non sentono questo come un dovere fondamentale. Come altrettanto fondamentale dovrebbe essere sentire il desiderio di agire concretamente per modificare ogni regola che appaia errata o dannosa anziché cercare scappatoie per eluderla senza curarsi del fatto che la nostra "furbizia" porterà sicuramente danno a qualcun altro. Ecco la "furbizia" di cui molti vanno fieri mi appare come un male pericolosissimo, da denunciare costantemente.
Sì lo so, stai facendo la faccia di uno che pensa: povero illuso questo deve essere un po' fesso, gli passeranno sempre tutti sulla testa.
Labels:
cittadinanza,
civiltà,
democrazia,
diritti,
regole,
stato di diritto
7.10.10
Modelli da copiare
Gian Paolo Gobbo, Sindaco di Treviso nonchè segretario nazionale della Lega Nord-Liga Veneta, dichiara che per l'immigrazione bisogna ispirarsi al modello americano.
Bene Gobbo, cominciamo copiando le cose semplici: ius soli.
Bene Gobbo, cominciamo copiando le cose semplici: ius soli.
18.7.10
Morte naturale
Morte per cause naturali, recita il referto. Ma nella morte del tunisino di trentanove anni Sabi Tauzi detenuto nel carcere due palazzi di Padova l'unica cosa naturale è la prevedibiltà. Perchè quando delle persone vivono ammassate con meno di due metri quadri di spazio a testa, quando con oltre 35 gradi in cella oltre all'inferriata tieni chiusa, anche se non dovresti, pure la porta blindata, eliminando ogni speranza di una misera corrente d'aria e facendo salire la temperatura a 40 gradi, è naturale che qualcuno faccia un colpo e muoia.
Ma si sa, sono solo dei delinquenti, potevano fare a meno di finirci in galera.
Ma si sa, sono solo dei delinquenti, potevano fare a meno di finirci in galera.
8.4.10
Donne sotto tutela
Dunque, proviamo a fare un po' il punto sui proclami che in questi giorni sono stati fatti sulla pillola abortiva RU486. I due neogovernatori leghisti di Piemonte e Veneto, Roberto Cota e Luca Zaia, appena eletti con voce stentorea hanno dichiarato che la RU486 sarebbe rimasta nei magazzini e che nella loro regione (loro??) mai sarebbe stata usata, perchè loro hanno a cuore la salute della donna, perchè la pillola è pericolosa e non si può banalizzare l'aborto come se si trattasse di prendere un'aspirina.
Queste affermazione hanno subito portato due risultati, il primo, certamente voluto e auspicato, è stato quello di ottenere il plauso e il favore delle gerarchie vaticane, il secondo, forse meno voluto, è stato di dimostrare l'assoluta ignoranza in merito alla RU486, alla legge 194 e alla problematica dell'aborto in generale. Infatti come era assolutamente prevedibile nulla di quanto affermato da Cota e da Zaia il crociato, come lui ama definirsi, si è concretizzato per il semplice fatto che i presidenti di regione non hanno alcuna autorità per impedire l'uso di un farmaco approvato da EMEA e AIFA (agenzia del farmaco europea e italiana), che è assolutmente in linea con quanto previsto dalla legge che in Italia disciplina l'interruzione volontaria di gravidanza. Sulla fatto poi che la pillola sia pericolosa o che banalizzi l'aborto l'ignoranza dei due governatori è assoluta, basta infatti andare a vedere i dati relativi al ventennale uso del farmaco (si, perchè in Italia stiamo discutendo di sperimantazione, verifiche e studi su di un farmaco che in Europa si usa da più di ventanni....), per vedere che i rischi, pur esistendo come per qualsiasi farmaco, sono percentulamente bassissimi e molto minori di quelli dovuti all'uso dell'aspirina, che il rischio di morire per RU486 è 10 volte inferiore a quello di morire di parto (ovviamente nessuno sostiene che per la salute della donna è bene vietare il parto), che non esiste alcuna banalizzazione visto che sono molte le donne che preferiscono comunque l'uso del sistema chirurgico rispetto a quello farmacologico. Anche un'altra cosa, voluta dai colleghi di governo dei due leghisti, è stata smentita: l'obbligatorietà del ricovero per tre giorni. Smentita peraltro ancora una volta assolutamente prevedibile ed annunciata, perchè chiunque, come tutti sanno, può uscire quando vuole da un ospedale semplicemente firmando la richiesta di dimissioni.
Fra qualche mese tutto questo "dibattito" fatto di urla e di affermazioni che poggiano sul nulla, ma che garantiscono visibilità e tornaconto personale, sarà dimenticato e l'uso della RU486 sarà semplicemente un metodo per abortire, le donne però continueranno a dover combattere per la loro salute e la libertà di scelta contro un'esercito di medici obiettori, tempi esasperatamente lunghi per abortire e viaggi verso regioni altre dalla propria, senza ovviamamente che i preoccupati governatori abbiano nulla da dire sui rischi per la salute delle donne.
Di questa vicenda resterà, solo per i non distratti purtroppo, l'evidenza di un paese in cui per opportunismo certa classe politica non si fa scrupolo di calpestare doveri e diritti, assiema alla consapevolezza di vivere in un paese dove su tutto ciò che riguarda la sessualità vige ancora la convinzione che la donna deve essere posta sotto tutela perchè non in grado di scegliere da sola ciò che è meglio per se stessa.
Di questa vicenda resterà, solo per i non distratti purtroppo, l'evidenza di un paese in cui per opportunismo certa classe politica non si fa scrupolo di calpestare doveri e diritti, assiema alla consapevolezza di vivere in un paese dove su tutto ciò che riguarda la sessualità vige ancora la convinzione che la donna deve essere posta sotto tutela perchè non in grado di scegliere da sola ciò che è meglio per se stessa.
Iscriviti a:
Post (Atom)







